Oltre a startup sociali e organizzazioni non profit, tanti sono anche i professionisti e i freelance che fanno parte della community di Impact Hub Milano, animati dalla voglia di mettere la propria competenza in rete e al servizio dell’impatto sociale. Accesso al welfare, fiscalità e tutela dei diritti sono spesso però tutt’altro che scontati per i lavoratori autonomi del “terziario avanzato”. Per rafforzare gli strumenti a disposizione dei freelance, Impact Hub Milano ha creato una partnership con ACTA, la prima associazione costituita in Italia per dare rappresentanza ai professionisti. Da Gennaio ACTA offrirà momenti di consulenza gratuita one-to-one a tutti i freelance della community. A Samanta Boni, Consigliere dell’associazione, abbiamo chiesto di raccontarci le sfide che vivono oggi i lavoratori autonomi italiani.

Come e perché è nata ACTA?

ACTA è nata dieci anni fa dall’idea di alcuni liberi professionisti che operavano principalmente nell’ambito della ricerca e della formazione continua e che si ritrovavano spesso a confrontarsi sulle difficoltà del lavorare come autonomi in Italia e sull’impossibilità di riconoscersi nelle forme di rappresentanza già esistenti, come sindacati e associazioni datoriali. Noi non siamo lavoratori con modalità organizzative ed esigenze sovrapponibili a quelli dei dipendenti, ma neppure vere e proprie imprese. Fatichiamo quindi a trovare risposte e a sentirci vicini a ciò che propongono le organizzazioni di rappresentanza di queste categorie, che leggono il lavoro in una logica per certi versi più vicina al fordismo. Come sempre i movimenti sociali nascono da esigenze contingenti, dalla messa in comune di esperienze e da riflessioni collettive ed è solo a posteriori che chi li studia individua similitudini tra le diverse esperienze e delinea “modelli”. Noi non ci siamo ispirati a nessuno, ma ora ci sentiamo sicuramente molto vicini ad altre importanti associazioni e in particolare alla Freelancer’s Union di New York, anche se purtroppo non ci accomuna ancora il numero di iscritti, almeno per il momento! Acta fa inoltre parte della rete europea EFIPEuropean Forum of Independent Professionals, che vuole portare le istanze dei liberi professionisti all’attenzione del Parlamento Europeo.

Cosa significa aderire a ACTA e come cambia la vita di un freelance?

Molte nostre comunicazioni, soprattutto quando sollecitano la partecipazione, si chiudono con il motto “Senza di te non c’è ACTA”. In questo c’è un po’ la sintesi di come cambia il punto di vista, se non la vita, di un freelance: assumersi la responsabilità del proprio destino sociale, uscire dall’isolamento e fare rete con gli altri, viversi come soggetto collettivo. Ma essere parte di ACTA ha anche un impatto sulla vita quotidiana: siamo un’associazione che si basa esclusivamente sulle risorse, personali ed economiche, dei propri soci. Quindi significa che l’agenda si popola di impegni collettivi, che si affiancano e in alcuni momenti si sovrappongono agli appuntamenti con i propri clienti. Noi lo facciamo perché siamo convinti che sia un investimento sul futuro del lavoro indipendente, sulla sua possibilità di avere spazio e visibilità sociale. E speriamo che sempre più freelance comincino a pensarla così.

Qual è stato l’impatto di ACTA ad oggi rispetto alla tutela dei diritti dei freelance in Italia? E qual è il cambiamento che volete innescare?

Senza falsa modestia possiamo dire che le attività di ACTA hanno avuto finora un impatto fondamentale sulla posizione dei freelance nel nostro Paese. Se parlate con un giornalista che si occupa di lavoro indipendente vi dirà che il sito di ACTA è il luogo dal quale attinge tutte le notizie. Lo verifichiamo ogni giorno di più: sempre più stampa, TV e web ci chiedono interventi. Grazie alle mobilitazioni innescate da ACTA in questi ultimi tre anni, dalla legge Fornero in poi, abbiamo fino ad oggi bloccato l’aumento della contribuzione INPS al 33%. Con la campagna a sostegno della nostra socia Daniela Fregosi abbiamo raccolto 75.000 firme per un’equa tutela della salute in caso di patologie invalidanti e stiamo raccogliendo dei fondi per un’azione legale. Grazie ad un’altra petizione abbiamo obbligato l’INPS a rispettare quanto la legge stabilisce per la tutela della maternità e della malattia domiciliare. E con molti flash mob abbiamo fatto uscire dall’invisibilità il lavoro freelance. La direzione in cui ci muoviamo è semplice e chiara: oggi siamo contribuenti di serie A e cittadini di serie B. Se l’Italia vuole guardare al domani, questa discriminazione deve finire. Ma sappiamo che nessuno ci regalerà nulla: possiamo contare solo sulle nostre forze e vivere con fierezza la nostra scelta di essere freelance.

Da dove viene la decisione di creare una partnership con Impact Hub Milano? Quale valore aggiunto immaginate?

Da tempo ci interroghiamo sulla difficoltà che troviamo nel coinvolgere i liberi professionisti nella nostra avventura e quest’anno abbiamo pensato che per molti di noi ca sia ancora poca consapevolezza delle difficoltà e dell’assenza di diritti per i freelance. Spesso facciamo lavori molto belli e impegnativi, che ci occupano il tempo e il cuore, ci concentriamo sul contenuto della nostra professione senza avere il tempo di fermarci a riflettere sulle criticità legate al farlo come autonomi: quanto ci facciamo pagare, cosa ci succede se ci ammaliamo o che pensione potremo avere. Di solito ce ne ricordiamo solo in corrispondenza delle scadenze fiscali, quando ci chiama il commercialista con il modello F24 da pagare. Abbiamo allora pensato di investire un po’ di energie per sensibilizzare i colleghi freelance, e dove se non nei luoghi di lavoro? Abbiamo deciso di entrare in contatto con i principali coworking dei diversi territori e così abbiamo conosciuto Impact Hub che ringraziamo per averci accolto fin dall’inzio con grande disponibilità e apertura mentale. Siamo certi che possano nascere delle proficue sinergie in entrambi i sensi!