Bastano due numeri per avere un’idea del perché Copenaghen sia la stella polare delle città “smart” in Europa: 36 e 91. Il primo rappresenta la percentuale di abitanti di Copenaghen che vanno a lavorare o a scuola in bicicletta, una delle più alte al mondo, grazie a una politica decennale d’incentivi e di pianificazione urbana a sostegno delle due ruote. Il secondo numero rappresenta i milioni (di dollari) risparmiati dall’amministrazione pubblica in spesa socio-sanitaria grazie al fatto che milioni di danesi sono più in salute di molti italiani o francesi, in virtù dei chilometri che percorrono ogni giorni in bici. E in questa cifra non sono inclusi i soldi guadagnati dalle imprese per la migliore resa dei loro dipendenti sul posto del lavoro e quelli risparmiati dalla città in manutenzione stradale per la minore congestione automobilistica.

Non è un caso che la 24esima Assemblea Generale delle Fondazioni europee, tenutasi dal 30 maggio al 1 giugno a Copenaghen, fosse incentrata proprio sul futuro delle nostre città, nelle quali vive ormai più del 50% della popolazione globale. Delegati da più di 500 fondazioni si sono riuniti nella capitale danese per tre giorni di workshops, presentazioni e discussioni per capire come giocare un ruolo sempre più incisivo nella costruzione di un futuro a misura d’uomo e del pianeta. Tra i pochi ospiti esterni (l’evento è rigorosamente a porte chiuse), invitati per dare prospettive innovative alle fondazioni, c’ero anch’io, in rappresentanza della rete HUB e del progetto BENISI. Il mio compito era di convincere le fondazioni che replicare in diversi paesi i migliori esempi d’innovazione sociale che stanno sorgendo intorno a noi sia una strategia fondamentale per il futuro delle città d’Europa e del mondo.

Tra gli speakers che ho trovato più stimolanti c’era la danese Connie Hedegaard, Commissario Europeo per la “Climate Action”, che ha parlato con passione e convinzione del perché il cambiamento climatico significhi che il “business as usual” nel futuro non sarà più tale. Ma l’intervento che ha rubato i cuori di tutti è stato quello di Jan Gehl, l’architetto danese famoso in tutto il mondo per aver introdotto il concetto di “scala umana” nella pianificazione urbana. Jan ha dato un contributo unico a molte città del mondo, trasformandole da metropoli congestionate da auto e afflitte da disgregazione sociale, a città vivibili e a misura d’uomo. È sua l’idea di pedonalizzare Times Square a New York, ad esempio. Il suo motto – noi formiamo le città, ma poi le città formano noi – è stato un po’ il mantra della conferenza, e ci ha ricordato l’importanza di pensare alle implicazioni sociali e ambientali di ogni nostra azione – dal creare un nuovo prodotto al pianificare un nuovo quartiere. Questo è il vero segreto dell’innovazione “smart”.

Per tornare a Copenaghen, questa capitale europea ci sta dimostrando come rendere le nostre città non solo più sostenibili, ma anche più efficienti, innovative, remunerative e a misura d’uomo, attraverso una collaborazione intelligente tra politiche pubbliche, iniziative filantropiche, società civile e imprese responsabili.  Tanto che centinaia di fondazioni europee – incluse molte italiane – hanno deciso di studiare questo modello per capire come rendere anche i nostri ambienti urbani a prova di 21esimo secolo. E a giudicare dai volti di molti dei partecipanti, l’ispirazione non è mancata. Il futuro della filantropia – come quello di tanti altri aspetti della nostra vita – sarà sempre più come quello delle città del Nord Europa: “smart” e a misura d’uomo.