“In Africa ci sono finito per caso. Non ho mai lavorato per la cooperazione internazionale. Però ho lavorato nel teatro. Ogni tanto aiutavo la scenografa di Luca Ronconi. È stato proprio lui, il regista, il committente del mio primo lavoro”. Matteo Ferroni comincia così a raccontare la lunga strada che l’ha portato in Mali, nel cuore dell’Africa subsahariana, dove è stato pioniere di un’invenzione del tutto innovativa nella sua concezione e realizzazione: un lampione portatile a energia solare per far luce (solo quando serve) nei villaggi rurali dove non c’è elettricità.

Tra il teatro e le vie di un villaggio nato al limitare del deserto il collegamento sembra arduo. Eppure c’è, e c’entra anche la luce.

“Lavoravo all’allestimento dello spettacolo di Ronconi‘ Il bosco degli spiriti’, tratto da un racconto africano che corrisponde più o meno al mito di Orfeo. Sul set ho incontrato la cantante maliana Rokya Traoré. È stata lei a chiamarmi per andare a lavorare in Mali. Voleva costruire un teatro all’aperto a Bamako. Abbiamo cominciato, ma ora purtroppo il progetto è fermo a causa del conflitto che ha investito il Paese”.

Ferrone, architetto originario di Perugia, laureato in Svizzera, ha lavorato già in Germania e per tre anni a Barcellona. In Mali viene folgorato dai villaggi, dalla vita rurale: “Contrariamente a quello che mi aspettavo, più che povertà ho visto armonia. La vita è fragile, certo. È facile morire per una malattia. Ma non ho visto la fame. Come architetto mi interessava capire cosa rendeva possibile questo tenore di vita in una comunità con pochi mezzi in un ambiente naturale così difficile, dove il termometro arriva spesso a sfiorare i 50 gradi.  Un altro aspetto che mi affascinato era la loro concezione di bene collettivo. I villaggi non sono isolati ma formano delle comunità. Un villaggio, da solo, non potrebbe mai permettersi un mulino per macinare la farina. Allora ci si mette insieme, in cinque, otto villaggi. Così avviene per la scuola e per i centri sanitari, ognuno dà il suo contributo”.

Il lavoro sulla luce è venuto dopo. Matteo comincia a frequentare sempre di più i villaggi e a viverci per periodi sempre più lunghi. Si accorge che i ritmi di sonno e veglia sono diversi da quelli occidentali: la vita sociale si svolge soprattutto di notte, quando il clima è più sopportabile. Per illuminare si usano torce elettriche, nel caso di cerimonie si affittano generatori, che però sono costosi. “Quando ho cominciato a ragionare sulla luce non ero convinto che fosse indispensabile per la loro vita, mi chiedevo che diritto avessi di cambiare un modo di vivere che fino ad allora aveva funzionato”.

“Intanto continuavo a osservare le persone: mi accorgevo che quando parlavano fra di loro mantenevano sempre una certa distanza. Avevo già vissuto con persone africane a Barcellona e anche loro si parlavano nell’ambito del medesimo spazio relazionale. Vivendo con loro mi sono fatto l’idea che questo spazio relazionale corrisponde all’ombra dell’albero. Durante il giorno sono abituati a condividere questo spazio. Allora ha cominciato a farsi spazio in me l’idea di una luce che corrispondesse all’ombra dell’albero, per illuminare una scena, come avviene sul palcoscenico. Per illuminare la notte dei villaggi ho inziato a immaginare uno strumento che fosse però funzionale alle azioni e alla vita”. I lampioni fissi esistono in qualche piazza di villaggio del Mali, dono di qualche progetto di cooperazione internazionale. Ma Ferrone si accorge che la gente non li usa. Le cerimonie e le azioni sono itineranti e si svolgono in altri spazi. “Mi è venuta così l’idea di creare un utensile per illuminare le attività piuttosto che gli spazi. Concetti come piazza o strada nei villaggi africani non esistono, o perlomeno non hanno lo stesso significato”.

L’utensile deve essere facilmente trasportabile, alimentabile con poca spesa, costruito con materiale reperito in loco. Nasce il prototipo: un lampione posto su un’asta saldato a una ruota e a una batteria caricata a energia solare. “Come architetto e designer ho prestato attenzione all’estetica” afferma Ferrone. “Ho pensato a un utensile portatile, quindi con una ruota, e la bicicletta mi sembrava un oggetto che esprime bellezza ed equilibrio. Infatti mi ha permesso di realizzare un oggetto che arriva a 3 metri e 60 di altezza, porta una batteria ed è trasportabile da un bambino di otto anni”. Tutta la struttura è realizzata da artigiani locali con materiali che si trovano facilmente nei villaggi, fatta eccezione per il led importato dalla Cina.

“Ho cominciato a produrre un prototipo e il giorno dopo il villaggio vicino ne ha richiesto un altro esemplare. In meno di un mese 60 villaggi avevano chiesto al sindaco del villaggio in cui vivevo di poter avere altri lampioni portatili. Il sindaco mi ha fatto chiamare e mi ha chiesto se la mia invenzione si poteva trasformare in un progetto”.

Un aspetto interessante è la gestione collettiva della luce. Ogni villaggio che ne fa richiesta riceve quattro lampioni. A gestirli è un comitato composto di rappresentanti di diversi gruppi: ci sono sempre una donna, un anziano, un giovane e un tecnico. Il comitato dà la luce a noleggio e il ricavato alimenta una cassa comune, che poi viene utilizzata per finanziare altre microattività imprenditoriali. La luce unisce le persone, attorno ad attività o a una cerimonia. Facilita lavori che vengono compiuti di notte, dalla vaccinazione degli animali alla pesca sul fiume con le piroghe, alla ristrutturazione di una moschea. “I villaggi non pagano, ma hanno un anno di tempo per ridarci dieci telai di bicicletta che serviranno per costruire altri lampioni”, spiega Matteo. “Per loro è tanto. Un telaio potrebbero venderlo a 8 euro, dieci telai quindi valgono 80 euro”.

La luce portatile, “foroba yelen” in lingua locale, ha vinto il premio innovazione urbana della città di Barcellona. Per sostenere il progetto in Mali Matteo ha aperto la fondazione eLand, con il supporto di Haus der Kulturen der Welt, e ha iniziato un progetto analogo a Città del Messico in collaborazione con l’Università di Barcellona. Di recente è arrivata una richiesta singolare da Marsiglia: la comunità senegalese che vive nei sobborghi della città francese è interessata ai lampioni portatili. Matteo non sa ancora come finirà, ma ormai si è arreso all’evidenza: la luce nei villaggi del Mali serviva, e ha già facilitato la vita di migliaia di persone.

Di Emanuela Citterio – HUB Milano

“Aspettando i pionieri” è una serie di interviste che HUB Milano sta preparando in vista del 3 maggio, data in cui verranno premiati i vincitori del concorso “A caccia di pionieri” promosso da Progetto RENA in collaborazione con HUB Milano, ActionAid Italia, CNA Giovani Imprenditori e La Stampa. Ogni settimana racconteremo il caso di un “pioniere” italiano, una persona, un’associazione o un’impresa che hanno tracciato la via producendo qualcosa di innovativo ed eccellente. La prima puntata è dedicata a Matteo Ferroni, pioniere della luce in Mali.

 

 

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