Questo mese dedicato alla #Diversity siamo andati alla ricerca di un nuovo racconto proveniente dall’Africa, per conoscerKlat_Francesco_Faccin_Nairobie e apprezzare questo continente da una prospettiva diversa dal solito. In molte delle capitali africane infatti, si sta sempre più consolidando una generazione che intorno alla cultura e attraverso la creatività e il design, rivendica il proprio diritto a costruirsi slegandosi dagli stereotipi provenienti dall’Occidente.

Ne abbiamo parlato con Francesco Faccin, industrial designer durante la Soul Salad.

Che progetto ti ha portato in Kenya?

Ci sono andato nell’ottobre 2012, invitato dalla Ong Liveinslum, per disegnare e realizzare gli interni di una scuola a Mathare, una bidonville di Nairobi che ospita mezzo milione di persone. Frequentando ogni giorno la comunità, mi sono accorto che una miriade di bancarelle immerse nel fango esponevano merci che non avevo mai visto prima. Intendo oggetti d’uso quotidiano che gli artigiani dello slum assemblano, producono e vendono; cose che nascono letteralmente dalla spazzatura che invade tutto lo spazio circostante. Per assurdo che possa sembrare, un agglomerato come Mathare vive infatti “grazie” alla spazzatura, perché dove c’è scarto ci sono risorse riutilizzabili, non solo di cibo, ma soprattutto di materiale.

Che oggetti fanno?

Di tutto. In parte imitando oggetti di consumo industriale – secchi, annaffiatoi, pentole, strumenti musicali – e in parte OBJECTS-FROM-MATHARESLUM-291creando nuove matrici. Il denominatore comune, comunque, è la necessità: in tutto quello che inventano o ricreano non c’è nessuna indulgenza alla decorazione. Sono rimasto affascinato da questi oggetti e mi sono portato una cinquantina in Italia. In Triennale due anni fa ne abbiamo fatto una mostra Made in Slums. Mathare Nairobi.

Quindi non si tratta del solito assemblaggio di pezzi riciclati, ma di un’economia parallela fatta di prodotti creati e replicati in base a una legge di domanda-offerta. Quanto è importante il concetto di necessità oggi?

Mi piacerebbe riflettere sulla necessità, sull’urgenza di rispondere a una domanda di qualcuno. Il design ha perso questa relazione così banale. Si produce per produrre, queste fiere con prodotti su prodotti, che ogni anno finiscono nel nulla, alimenOBJECTS-FROM-MATHARESLUM-24tano un sistema di merci, di una produzione fine a se stessa, dove non c’è dietro nessun senso nell’aver prodotto quella sedia, quel tavolo.

Perché succede questo?

Manca una committenza chiara, è il committente che decide se c’è da fare una cosa e come va fatta, non è il designer. Il designer è al servizio di un sistema industriale, di un sistema produttivo, questo semplice meccanismo che si è rotto sta creando grandissima confusione, perché il designer crede di poter offrire alla società delle risposte, si autogenera delle domande che sono indotte. E’ l’industria che ha perso la direzione, è il committente che non sa bene cosa vuole. Per questo quando lavori con committenze che ha delle idee molto chiare vengo fuori progetti molto nitidi.

Ci fai un esempio?

Se ti chiedono gli arredi per una scuola in Africa, hai 1000 euro di budget e devi fare 100 banchi di scuola, il limite è rigidissimo, è molto faticoso progettare così perché hai poco spazio di lavoro, ma più è rigido il tema di progetto più OBJECTS-FROM-MATHARESLUMil progettista può mettersi alla prova. Altrimenti non ha senso che un imprenditore mi chiami e mi dica ho bisogno di una sedia, non è un tema di progetto, ci sono milioni di sedie, non c’è bisogno di altre sedie. Tu mi devi dare un tema di progetto serio, mi devi dire ho bisogno di una sedia tascabile, una sedia commestibile. Dammi un tema pazzo ma dammi un tema. Insieme decidiamo che c’è una utopia da raggiungere, che c’è un nuovo tema da affrontare, insieme tu imprenditore e io designer.

Concretamente, tu che alternativa persegui? 

I progetti più belli, più appaganti sono quelli dove c’è un vero scambio, dove alla fine la esperienza è sopratutto umana, dove ci sono persone che hanno bisogno che tu usi la tua capacità di progetto. Perché fare design è risolvere un problema con un punto di vista nuovo. Facendolo dal punto di vista vecchio siamo tutti capaci. Cercare di risolvere un problema nella maniera più contemporanea possibile, con tutto quello che vol dire essere contemporaneo. Io devo sentire che d’altra parte c’è qualcuno che ha bisogno di una risposta a un problema, se io non sento questa spinta, non ha tanto senso fare questo lavoro qui.

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