Dal 4 al 6 Novembre si è tenuta a Dublino la quarta edizione del Web Summit, uno dei maggiori eventi internazionali dedicati al mondo del digital e del tech che quest’anno ha visto la partecipazione di 22.000 mila visitatori, oltre 600 ospiti e più di 700 investitori. Tra le 98 startup italiane c’era anche una rappresentanza della community di Impact Hub Milano: My Angel Care, fresca del premio “Startup Lab Unicredit” vinto nell’ambito del concorso Gaetano Marzotto grazie al suo braccialetto per la sicurezza dei bambini, e CrowdChicken, startup innovativa che sviluppa piattaforme di crowdfunding per ONG, fondazioni e incubatori. Abbiamo chiesto a Marcello Coppa e Andrea Landini, fondatori di CrowdChicken, di raccontarci la loro incredibile esperienza irlandese. 

Come siete arrivati a decidere di essere tra le 98 startup italiane che hanno partecipato al Web Summit di quest’anno?

Volevamo confrontarci con una platea internazionale. Avevamo fame di presentare CrowdChicken al mondo dopo un anno di lavoro. E l’appetito vien mangiando.

Tra i tanti speech e speaker ascoltati qual è stato quello che vi ha ispirato di più?

Sonny Vu (Ceo di Misfit Wearables). E’ un’azienda nata grazie al crowdfunding, il loro primo prototipo di activity tracker raccolse più di 800.000 $ di pre-vendite e andò in produzione all’inizio del 2013. Mentre ci mostrava il futuro dei wearable ha introdotto il “Turnaround Test”: un oggetto è importante se torni a casa a prendertelo, dopo essertelo dimenticato, mentre sei già sulla strada per il lavoro. Un test semplice da fare ma altrettanto essenziale quando si progetta un nuovo prodotto, in un’era di abbondanza di cose di cui non ci facciamo nulla e che vengono presto dimenticate.

Cosa vi portate a casa da questa esperienza per la vostra startup?

Più di un centinaio di contatti da parte di potenziali clienti ed investor da ogni parte del mondo che diventeranno tutte lead da sviluppare e coltivare nel tempo.

Il Web Summit riunisce sotto lo stesso tetto imprenditori, investitori e startup da tutto il mondo. Qual è la “lezione imparata” che vorreste trasmettere all’ecosistema delle imprese tech italiane?

Basta essere un “big fish in a small pound”. L’Italia resta un buon ambito in cui sviluppare prodotti e servizi di qualità e raccogliere le prime metriche, siamo un popolo di curiosi e di sperimentatori, però l’orizzonte comune deve essere quello di avere sedi e relazioni a livello internazionale per allargare il proprio mercato.