Sono una consulente freelance di marketing culturale, territoriale e di partecipazione. Nel mio lavoro c’è un filo rosso tra attività solo apparentemente diverse: mi occupo di cultura, di innovazione, di territori. Seguo piccole realtà ma anche grandi organizzazioni come la Fondazione Cariplo, come facilitatrice sul progetto dei Distretti culturali.

Di tutti i progetti è ZUP Zuppa Urban Project uno dei più corposi (ci lavoro dal 2010). È un percorso di rigenerazione urbana che parte dal territorio, lo descrive in forma di ricette (che poi si cucinano e mangiano insieme). Piatti e ricette sono un’occasione per raccontare delle storie, e per descrivere anche dei finali diversi. ZUP ha generato dei laboratori esperienziali, quasi degli urban game, ma anche un toolkit a cavallo tra partecipazione e narrazione territoriale, per attivare lo storytelling fuori dai luoghi comuni.

ZUP è anche partecipazione e trasformazione dello spazio pubblico: dalla mappatura del territorio, al riconoscerne gli spazi più belli e interessanti, fino al prendere in cura gli spazi più faticosi. ZUP mi ha insegnato quanto seguire lavori complessi sia un’attività creativa e quasi di giardinaggio, in senso letterale ma anche metaforico. “Gardening, not architecture”, frase contenuta nelle obliques strategies di Brian Eno,  è infatti il nome di una serie di attività dedicate alla formazione e al coaching strategico che sto iniziando a lanciare, un altro spin off di ZUP.

In che maniera il tuo progetto rende il mondo migliore?

Il mio progetto come molti altri di rigenerazione urbana (cito soltanto la rete Non riservato, che aggrega molte realtà come la mia che pensano allo spazio pubblico come a una “palestra” di  creatività e di immaginazione)  rimette in moto la creatività e la produzione culturale, pensando che si basino sulla cooperazione, sulla reinterpretazione creativa dei territorio, sul coinvolgimento e sull’animazione territoriale. Penso che tutto questo non accada se non si attivano/facilitano comunità vive.

Qual è stato il tuo momento di maggior difficoltà?

Non so indicare un solo momento, topico, perché ciclicamente nel mio lavoro si presentano momenti di difficoltà: non tanto economica ma di idee. Ogni volta provo a “fermarmi” per costruire le condizioni per imparare qualcosa di nuovo dalla mia esperienza, dai miei errori, da altre esperienze.

Qual è stato invece il tuo maggior successo?

La mia principale gratificazione viene dal vedere i cambiamenti e le trasformazioni nelle organizzazioni, nel territorio, nelle reti, negli atteggiamenti verso gli spazi territoriali. Un giardino-discarica sul quale ZUP lavora, instillando creatività e animando la partecipazione, è diventato un punto di interesse per una rete associativa e di quartiere, e si è creato un gruppo di volontari che segue attivamente il lavoro con un’agenda di iniziative. Un piccolo importante passo in avanti è stato realizzare quest’estate un calendario dell’acqua: turni per portare acqua alle piante del giardino, per tenerle in vita e continuare a testimoniare bellezza contro il degrado. Al calendario hanno partecipato spontaneamente cittadini e commercianti, e ha funzionato. Si coltiva partecipazione e non la si lascia seccare: ecco un primo risultato.

Perché sei a Impact Hub e cosa ti sta dando essere parte di questa rete?

Perché sono convinta che sia un network prima che uno spazio, un metodo per costruire reti che funzionano prima che un coworking, uno spazio di knowledge sharing e una palestra di cooperazione, e non semplicemente un luogo di Milano. In sintesi mi piace Impact Hub perché molti Hubbers producono innovazione, si percepisce a prima vista, e perché l’hosting staff mette tutti in condizione di partecipare attivamente. Mi piace moltissimo tutto ciò!

Chi è la persona più interessante che hai conosciuto finora?

Sono tante e non è retorica! Con alcune di loro si sono sviluppati dei bei percorsi di lavoro, delle reti, o anche solo degli interessanti scambi di idee.