“Se vuoi avere successo come pioniere devi credere in te stesso, avere il coraggio di rischiare tutto quello che hai, non arrenderti mai, lavorare sodo, perseverare”.

Anni  80: i millenials sono ancora dei mocciosi e nessuno parla di startup tecnologiche… avere l’intuito e il coraggio di investire la propria fortuna personale nei robot poteva sembrare anche un po’ strampalata eppure Andrea Pedrazzini, oggi ottantenne, ci ha creduto e ha fondato Inpeco, azienda oggi leader a livello mondiale nella produzione di sistemi di automazione dedicati al settore medico ed healthcare.

Ad HUB Milano piace perché… ha cambiato professione diverse volte, non ha avuto paura di cambiare rotta, ha trovato opportunità dove pochi altri l’hanno fatto cambiando il mondo della ricerca e la salute. Lo abbiamo intervistato nella nostra serie “Pionieri”: persone che hanno aperto una strada e hanno qualcosa da insegnare ai giovani startuppers di oggi.

Si sente di essere o essere stato un pioniere?

Si, sicuramente. Ci ho messo molto impegno, moltissimi anni. Ho dato tutto quello che avevo. All’età di 50’anni avevo avuto successo e volevo smettere di lavorare. Avrei potuto passare 6 mesi in barca a vela per il resto della mia vita. Invece mia moglie, Anna, mi convinse a continuare a lavorare, i nostri figli erano ancora ragazzi.

Perché ha scelto questa strada e deciso di specializzarsi in questo campo?

Nella mia carriera avevo fatto un po’ di tutto, ero partito con il nucleare, poi ho cambiato rotta e ho fondato un’azienda di consulenza di grande successo.  La mia formazione però era scientifica, sono laureato in fisica, e quindi avevo voglia di ritornare a lavorare in campo tecnico. Ho pensato all’automazione in laboratorio grazie al suggerimento di amici medici, era un settore in cui nessuno faceva niente, un settore promettente insomma.

Come si colloca a livello internazionale?

Oggi sono leader mondiale in quest’area. I nostri clienti sono i clienti più importanti al mondo, quattro colossi mondiali. Ma per arrivarci ho sfiorato la povertà. Ci ho messo tutto quello che avevo, rischiando tutto. Ci ho messo quattro anni e molti investimenti prima ancora di iniziare, poi altri cinque per cominciare a creare qualcosa di concreto che lasciasse intravedere le possibilità industriali. Dal 1990 ci ho messo quindici anni anni per arrivare ad avere quello che si potrebbe definire successo. Oggi siamo l’azienda leader del settore, abbiamo 350 dipendenti, 100 assunti nello scorso anno.

Quali sono le frontiere dell’innovazione?

Beh, la medicina. Nella medicina di laboratorio le innovazioni sono costanti, poi c’è la biologia molecolare.

Cosa direbbe ad un giovane pioniere oggi?

Situazione oggi è drammatica, tragica direi. Ma vedo anche nei giovani poca voglia di fare sacrifici.  Il mio consiglio? Beh io ho potuto fare quello che ho fatto perché avevo dei mezzi, senza quelli non sarei andato da nessuna parte. Quindi il primo consiglio sarebbe di legarsi a delle iniziative e organizzazioni che possano offrire degli strumenti, dei finanziamenti. Il secondo consiglio è di metterci non solo passione ma perseveranza, di non fermarsi alla prima difficoltà. Si è pionieri quando la sfida è difficile e sono pochissimi quelli che insistono. Certo, poi intervengono anche le circostanze – sfavorevoli o favorevoli – ma se sei convinto di quello che fai ci devi credere, fino alla morte. Devi essere disposto a rischiare tutto e perseverare. Se la risposta di Napoleone alla domanda “Cosa serve per vincere una guerra?” fu “Mani, mani, mani”, la mia risposta alla domanda “Cosa serve per essere un pioniere?” è “Perseverare, perseverare, perseverare”.

Mai dubitato?

No, mai. D’altronde il campo in cui ho scelto di agire – l’automazione – è un campo che ormai è fondamentale per qualsiasi industria. Quando ho iniziato gli esami di laboratorio si facevano a mano, le provette di sangue venivano aspirate con il respiro, tutto veniva fatto manualmente. Oggi è impensabile. Ovviamente ci sono molti luoghi al mondo dove ancora si eseguono i test con metodi tradizionali, quindi il nostro mercato è ancora vasto. Ma ormai in molti laboratori gli uomini non toccano mai le provette. Noi forniamo le macchine indispensabili all’opera dei pionieri della medicina. E ormai non possiamo pensare di iniziare un’attività esclusivamente locale, i prodotti devono essere pensati per un mercato globale.

Impact Hub Global

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