“La sfida per l’Italia è tornare a un sistema fertile per l’innovazione”. Lo dice oggi in un’intervista al Corriere Enrico Moretti, 44 anni, da 13 docente all’università di Berkeley, in California. A cosa è dovuta l’attenzione nei suoi confronti del principale quotidiano italiano? Moretti è stato convocato direttamente dal presidente Barack Obama nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington per discutere la tesi del suo ultimo saggio “La nuova geografia del lavoro”. Uno studio che sta facendo molto discutere negli Stati Uniti: pochi giorni fa a citarlo in un editoriale del Financial Times, è stato il direttore esecutivo di Google, Eric Schmidt.

Il saggio che ha appassionato Obama e Schmidt ruota attorno a un’intuizione: l’America non è una ma tre. “Quella di città come New York, San Francisco, Austin, animate da una forza lavoro altamente istruita, innovativa e produttiva; quella di posti come Detroit, Philadelphia, Akron, che economicamente e demograficamente stanno scomparendo; e quella di mezzo che potrebbe andare in entrambe le direzioni”.

Ma soprattutto Moretti ha scoperto che per ogni nuovo posto di lavoro in settori innovativi, in una città, ne nascono altri 5 in settori tradizionali (insomma: per ogni programmatore, cinque tra parrucchieri, commessi, camerieri, etc), meglio retribuiti rispetto alle stesse professioni svolte in metropoli meno innovative. Tradotto: se in una città nasce Facebook, a migliorare il proprio conto in banca non è solo Zuckerberg, ma anche l’elettrauto che in quella città lavora. Ed è questo “effetto moltiplicatore” che ha conquistato Google – e la Casa Bianca – alle prese con una disoccupazione ancora di tre punti più alta rispetto ai livelli pre-crisi, quando era al 4,6%.

Moretti racconta che durante l’incontro con Obama il presidente Usa prendeva appunti sul suo quadernetto: “Mi ha stupito la sua attenzione per temi strutturali, che non gli sarebbero tornati immediatamente utili in campagna elettorale” dice Moretti al Corriere. “Ma forse a stupirmi di più è stato l’interesse che questo libro ha suscitato nella “Terza America”. Lì le persone si interrogano su che fare per fermare il declino mostrando una maturità, e un coraggio, notevoli”.

E in Italia? “Il dibattito qui è avvitato” afferma Moretti. “Un derby continuo: oggi sull’Iva, un mese fa sui pagamenti alle piccole imprese, al fischio finale si vede chi ha vinto e se si cambia partita. Evitiamo di affrontare i nodi strutturali di un Paese in declino da 15 anni, che continua a perdere capitale umano a elevata capacità di innovazione: un salasso per il benessere del Paese”. Anche Moretti, commenta il Corriere, fa parte di quel capitale perduto: “Dopo la laurea in Bocconi, nel ’93, volevo continuare a studiare. Sono partito con l’idea di tornare, ma le offerte migliori sono capitate qui”. Secondo Moretti però l’Italia può farcela: “Dal punto di vista culturale è enormemente privilegiata rispetto ad altri Paesi. Ha un senso di famiglia e comunità molto forti, una cultura millenaria, e condivisa”. Bisogna, appunto, ricostruire un econosistema fertile all’innovazione: “L’Italia non è la Silicon Valley. Ma non è neppure Detroit”.

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