Sono un mediatore culturale con la passione per il business. La mia curiosità si fonde con uno spirito innato di ricerca di opportunità, per la creazione di valore sociale e sostenibile, in maniera creativa e profittevole.

Sto creando un parco di tarzaning e divertimento attivo nelle isole Canarie. Declineremo l’esperienza alpina di imprenditori e manager bergamaschi in salsa oceanica e subtropicale, per dare vita a un parco divertimenti dove possono trovare spazio turisti di ogni tipo: anziani e bambini, adulti e giovani, disabili di ogni condizione. Sono un agguerrito avversatore dei “parchi divertimento” che creano fittizi mondi incantati: mi piace vedere le persone coinvolte in sfide contro se stesse e i propri limiti.

In che maniera il tuo progetto rende il mondo migliore?

Il divertimento attivo porta con sé valori estremamente ampli: nuovi modelli di educazione non formale, dimostrando ad un genitore che sì, è possibile che il figlio si diverta un mondo stando per tutto il pomeriggio lontano dal suo iPad; innovative strategie di integrazione, rendendo evidente come l’intrattenimento attivo può essere fisicamente ed emotivamente coinvolgente tanto per un disabile motorio o psichico quanto per un adulto non disabile; sorprendenti risultati nel coinvolgimento degli anziani, in attività tanto fisicamente quanto intelletualmente stimolanti.

Qual è stato il tuo momento di maggior difficoltà?

QUESTO! Al di là di splendide idee, del molto entuasiamo, dell’estesa rete di partner e dell’appoggio quasi incondizionato delle amministrazioni locali canarie, mi concedo un understatement e dico che soffriamo di “discrete ristrettezze economiche”. Per questo motivo lanceremo a brevissimo una campagna di crowdfunding, incentrata sull’intrattenimento attivo e la disabilità, per poter raccogliere quanto necessario per muovere i primi passi… alla conquista dell’arcipelago canario!

Qual è stato invece il tuo maggior successo?

Settembre 2011: il ministero dell’interno italiano, che ha esaurito per i profughi libici i posti nei CPT, spedisce in un albergo di Lizzola, ameno paese di 200 anime nelle prealpi bergamasche, 20 richiedenti asilo di origine nigeriana da poco sbarcati a Lampedusa. Per la prima settimana nessuna delle signore del paesello si avventura più in strada per paura dei negher. Un mese e mezzo dopo i 20 ragazzi, forti di un corso di italiano di base e di un progetto di avvicinamento alla popolazione, sistemano la legna in casa degli anziani, danno una mano a riverniciare le inferriate, giocano a calcio coi (pochissimi) ragazzi del posto.

Perché sei al HUB e cosa ti sta dando essere parte di questa rete?

Per una congiunzione astrale che sarebbe impossibile riassumere in poche righe, arrivo all’HUB nel 2010. Parlo con Alberto MZ, ed è un colpo di fulmine (non con lui, per figo che sia, ma con l’HUB!). Conosco persone che non avrei probabilmente incontrato in tutta una vita, che fanno mestieri talmente innovativi da sembrarmi, all’inizio, assurdi. Poi pian piano realizzo che questa gente non è solo a Milano, ma è sparsa per tutto il mondo. Mi rendo conto che, costruendo su valori solidi e duraturi, le possibilità sono infinite. Ed è anche grazie all’HUB che capito alle Canarie.

Chi è la persona più interessante che hai conosciuto fin’ora?

Impossibile scegliere. Per attinenza con il mio progetto attuale mi sento di rispondere Cristina Rebolo: formidabile architetta tinerfeña, che proprio a Tenerife sta seguendo la HUB initiative locale. E’ fra coloro che hanno reso possibile il mio progetto nell’arcipelago canario, e sopratutto mi ha prestato uno splendido vestito da cinese per il carnevale di Santa Cruz de Tenerife!

Impact Hub Global

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