Ci sono le girls geek, le food bloggers, le co-workers. Nuove figure e professioni ma soprattutto un fenomeno inedito. “Una nuova ondata di protagonismo da parte del mondo femminile” la definisce Ivana Pais, sociologa dell’Università Cattolica, esperta di social media e autrice di “La rete che lavora” (Egea). “Le caratteristiche però sono profondamente diverse rispetto ai movimenti femminili dei decenni passati”.

Ad essere cambiati sono i verbi. Dal“rivendicare” al “fare”. Dal chiedere uno spazio all’interno della società e del mondo del lavoro a crearne uno nuovo, con altre regole. È il caso dei luoghi di co-working nati negli ultimi mesi da donne espulse da aziende e multinazionali, spesso dopo aver avuto un figlio. “La priorità per noi era avere uno spazio fisico” afferma Riccarda Zezza, fondatrice a Milano di Piano C, “per organizzarlo finalmente in modo diverso rispetto agli schemi e agli orari che strutturano il modello attuale del lavoro. Siamo stanche di conciliare la vita e il lavoro, vogliamo fargli fare pace definitivamente”. Innovazione al femminile: start-up che nascono da donne e dalle loro esigenze ma che hanno l’ambizione di non fermarsi lì, di cambiare un modello, a beneficio di tutti.

Lo spazio può essere anche virtuale. La rete web e i nuovi strumenti tecnologici permettono di lavorare per obiettivi, rompendo gli schemi tradizionali delle otto-ore-seduti-alla scrivania. Forse già poco utili prima, ora del tutto anacronistici, almeno per alcune tipologie di lavoro. Prendiamo le food blogger, un boom su internet ma anche un gioco diventato lavoro e fonte di reddito per molte persone. “Fare la food blogger è un esempio di come è possibile portare avanti una passione senza mollare altri lavori, la cura dei figli e della casa. È una strada che si può tentare senza sconvolgere più di tanto la propria vita, che permette di tenere in piedi un po’ tutto” afferma Ivana Pais. Un altro segnale di cambiamento: “Oggi le donne evitano le alternative, soprattutto quelle pressanti del passato: “o stai a casa, o vai al lavoro”, “o scegli la carriera o i figli”. C’è anche meno l’idea della scelta per la vita e più la voglia di andare per tentativi, provare una strada e poi magari cambiare, continuare a svolgere il proprio lavoro e magari tenere vita una passione provando a vedere se decolla anche a livello professionale”.

Un’ondata che sta producendo innovazione. “Come sempre il fatto di trovarsi al margine rispetto a un sistema spinge le persone a inventare qualcosa di inedito” afferma Ivana Pais, “e spesso capita che i nuovi modelli intercettino bisogni che non sono solo delle donne”. Sul fronte start-up digitali c’è però qualche difficoltà: “Da una ricerca che abbiamo realizzato emerge che in Italia nelle start up digitali, le donne solo l’11%” afferma Pais. “La presenza nell’Ict è piuttosto limitata, e questo è un peccato perché le tecnologie relazionali sono molto vicine all’attitudine femminile”. Eppure secondo un’analisi di Wired l’ITC sarà sempre più condizionato dalle donne. Ne è una prova il fenomeno delle Girl Geek Dinners, vero e proprio network internazionale di donne appassionate di nuove tecnologie. A dare il via al movimento nel 2005 è stata Sarah Blow, una software engineer inglese. In Italia al primo incontro nel 2007 le girls geek erano 50 oggi sono migliaia. Per quanto riguarda i social media applicati al non profit le guru indiscusse a livello internazionale sono Beth Kanter e Allison H. Fine. Il loro “The Networked Nonprofit. Connecting with Social Media to drive change“, spiega come diventare un’associazione no profit che lavora in rete, connettersi con i social media per guidare il cambiamento.

In diversi Paesi sono nate di recente organizzazioni con la mission specifica di rafforzare l’impatto delle donne a livello sociale ed economico. È il caso di Ogunte, organizzazione inglese in contatto con HUB Milano che connette progetti innovativi al femminile aiutandoli a diventare start-up. I nuovi modelli al femminile, afferma la sua fondatrice Servane Mouazan (nella foto), sono troppo preziosi per restare chiusi in un cassetto. 

Guarda QUI il videomessaggio di Servane Mouazan ad HUB Milano.

Impact Hub Global

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