Gli ultimi giorni (e mesi) hanno visto un’esplosione in Italia e soprattutto a Milano di iniziative volte a sostenere innovazione e startup. L’ultima settimana è stata esemplare: dallo Startup Weekend Milano, che si è tenuto lo scorso fine settimana a TAG, al bellissimo evento di mercoledì sera dedicato ai Pionieri, organizzato da RENA e ospitato da noi di HUB Milano, l’Italia è attraversata in questi giorni da un vero e proprio vento d’innovazione. La cosa è molto positiva, perché il Paese ha un drammatico bisogno di rigenerarsi. Far partire nuove imprese è certamente un ottimo mezzo per sollevare l’economia e l’occupazione, come ci insegna la Fondazione Kaufmann. Puntare i riflettori su quei Pionieri che hanno fatto innovazione in Italia è un’ottima maniera per ispirare le nuove generazioni, convincendole che “si può fare!”

Ma qual è il fine ultimo di queste startup e questa innovazione? Dal nostro punto di vista (e ci rendiamo conto che non tutti sono d’accordo), il fine è triplice:

  1. Creare nuova occupazione e lavoro;
  2. Rigenerare un sistema economico e produttivo, mantenendolo competitivo e attraente a livello internazionale;
  3. Venire incontro a reali bisogni delle persone e del pianeta, creando un nuovo paradigma che non ci presenti il conto a fine giornata nella forma di un pianeta ecologicamente devastato e di strutture socio-economiche minate alla base da disuguaglianza, povertà e quant’altro.

Tantissima attenzione viene posta sull’originalità di un’idea o di una startup, ma questa attenzione è forse eccessiva. Una startup può infatti essere originale semplicemente nell’esecuzione di un’idea già testata. È il caso di Kickstarter, che – forse non tutti lo sanno – non ha inventato il crowdfunding, ma ha adottato il modello di ArtistShare e l’ha migliorato, fino a diventare la più celebre piattaforma di crowdfunding al mondo. E a volte, forse di originalità non c’è proprio bisogno, perché molte idee e molti business models sono già stati sviluppati alla perfezione da altri, ed è molto più semplice replicarli (legalmente, non rubarli!) che inventarne di nuovi.

Dovremmo cercare risposte – dice la Harvard Business Review in un articolo pubblicato recentemente – non tanto negli incubatori della Silicon Valley, quanto nel McDonald’s sotto casa. Al momento stiamo chiedendo a ogni start-up di partire da zero, il che è molto faticoso e dispendioso, e raramente raggiunge i tre obiettivi che ci siamo preposti.  Dovremmo invece spendere più di energie a replicare cose che funzionano e imparare da Ray Kroc, che ha creato il franchise di McDonald’s, e l’ha trasformato nella catena di ristoranti più grande al mondo, con 31,000 sedi e oltre 1 milione di impiegati.

Ovviamente non sono McDonald’s che noi di HUB Milano vorremmo nascessero oggi in Italia, bensì imprese scalabili ad alto impatto sociale, ambientale e occupazionale. Imprese come il Groupe SOS, la più grande impresa sociale al mondo, che dà  lavoro a 10,000 persone, raggiunge con i suoi servizi 1 milione di francesi e ha un fatturato che supera i $750 milioni. I 9 business model di Group SOS sono stati testati per diversi anni in Francia, e l’impresa sta cominciando ora a esportarli in Corea del Sud e in Gran Bretagna. O imprese come The HUB, nato nel 2005 a Londra, e ora replicato in oltre 36 città nel mondo, ciascuna delle quali si è unita alla rete globale in un’ottica di condivisione e collaborazione e ha migliorato il modello aggiungendo di volta in volta un pezzettino d’innovazione. Questo modo di fare innovazione incrementale e sperimentabile crea un vantaggio: la rende migliore e più scalabile, in una maniera che è anche molto snella ed efficiente.

Se vogliamo creare occupazione, rigenerare il sistema economico con imprese che siano competitive ed efficienti e risolvere al tempo stesso le sfide socio-ambientali che ci circondano, dobbiamo aprire un terzo fronte di riflessione accanto a quello sulle startup e sulla conversione post-industriale, che pochi in Europa stanno facendo oggi: quello sul social franchising. È nata a questo proposito un’organizzazione in Gran Bretagna, l’International Centre for Social Franchising (il cui fondatore Dan Berelowitz è un membro dell’HUB) per promuovere in campo internazionale la replicazione di imprese ad alto impatto sociale e ambientale. Ma un’organizzazione da sola non è certo sufficiente. Dobbiamo creare le condizioni sistemiche perché l’Italia sia in grado di accogliere e replicare in maniera efficiente le imprese a impatto socio-ambientale migliori al mondo, e veramente trasformare in meglio la vita di milioni di noi.

[Alberto Masetti-Zannini]

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