CSR Wire ha pubblicato un paio di giorni fa un articolo di David Wilcox intitolato ‘Social Entrepreneurship & Social Innovation: Not the Same Thing‘. In esso, Wilcox critica giustamente la conflagrazione dei termini innovazione sociale e imprenditoria sociale, definiti come ‘la stessa cosa‘ al Summit sull’Innovazione Sociale delle Nazioni Unite. Se il punto di partenza dell’articolo è assolutamente corretto, le ragioni date dall’autore sono, purtroppo, decisamente parziali. In verità, la cosa non ci stupisce: se il concetto d’imprenditoria sociale è ormai piuttosto diffuso in tutto il mondo, quello d’innovazione sociale è invece ancora avvolto da una fitta nebbia d’incomprensioni. Se gli imprenditori sociali sono persone che – nel mondo profit come nel mondo non-profit e cooperativo – hanno capito l’importanza di costruire sistemi che generino benefici sociali legandoli a dinamiche di mercato, chi sono veramente gli innovatori sociali? Come si distingue l’innovazione sociale dall’imprenditoria sociale?

Per l’Economist, l’innovazione sociale è rappresentata da partenrships tra imprenditori sociali e amministrazione pubblica. È il caso ad esempio dei grandi progetti di rinnovamento del sistema educativo promossi da Bloomberg a New York negli ultimi anni, che hanno fatto leva proprio sulle idee di giovani imprenditori sociali per trasformare interi centri educativi della metropoli. Per i nostri amici di Social Innovation Camp, con i quali abbiamo recentemente gestito il primo SICamp in Italia, innovazione sociale è invece tutto ciò che risolve problemi sociali attraverso tecnologie in rete. Per loro l’innovazione sociale nasce negli scantinati di una scuola, o nella cucina di un condominio: è l’intuizione di chiunque s’inventi una soluzione che prima non c’era attraverso il potere connettivo e collaborativo di uno smart-phone o di un sito web. Una soluzione che serva davvero, che vada al cuore dei nostri bisogni sociali, e non – come dice giustamente Selene Biffi sulle pagine di CheFuturo! – un’altra app musicale.

Poi c’è la definizione, molto più ampia e azzeccata secondo noi, della Stanford Social Innovation Review:

Una soluzione innovativa a un problema sociale che sia più efficace, efficiente, sostenibile ed equa di tutte le soluzioni esistenti, e che generi valore diffuso per tutta la società e non tanto per singoli individui.

Già da queste prospettive iniziali, è chiaro che confondere la sfera dell’innovazione sociale con quella dell’imprenditoria sociale è decisamente riduttivo. Anche perché, per generare benefici diffusi a livello di tutta la società e per renderli duraturi, è irrealistico e forse anche concettualmente sbagliato fare affidamento esclusivamente sul mercato. Il mercato può fare molto, ma non può e non dovrebbe fare tutto. E il mercato, lo sappiamo, è governato da una regola (la massimizzazione del profitto) che a volte (ma non sempre!) entra in diretto contrasto con il bisogno di avere un impatto sociale. Prendiamo ad esempio il tema delle città intelligenti e “senzienti”, tanto caro a Carlo Ratti. È impossibile immaginare in questo momento una trasformazione delle nostre città senza un significativo coinvolgimento dell’amministrazione pubblica in termini di investimento infrastrutturale e gestionale. Ma non c’è niente di più sociale d’innovazione altamente tecnologica come quella che promuove Carlo nell’ambito della mobilità o della gestione dei rifiuti. Sono innovazioni di questo tipo che possono avere un impatto realmente positivo sulle nostre vite e sul pianeta oggi.

È vero d’altra parte che molte start-up sociali sono altamente innovative – come tutte le imprese, anche loro fanno leva su una nuova idea, un nuovo servizio o un nuovo prodotto per entrare sul mercato. Ma se imprenditori sociali sono spesso anche innovatori sociali, il contrario non è assolutamente detto. L’innovazione sociale ha un margine d’operatività molto più ampio. Si rivolge altrettanto al mercato quanto al terzo settore e alla pubblica amministrazione. In alcuni casi, appunto, non sarebbe pensabile un suo ruolo senza l’interazione con questi due. L’innovazione sociale si distingue dunque dall’imprenditoria sociale non solo in termini di sfera d’azione, ma anche in termini d’impatto: quando sviluppata in collaborazione con l’amministrazione pubblica può veramente raggiungere segmenti sociali molto più ampi. Quando lavora in tandem con il terzo settore, può avere un impatto veramente significativo sui segmenti più deboli della società.

Quello che manca al settore pubblico come al terzo settore, tuttavia, è un’infrastruttura che permetta all’innovazione sociale di emergere dall’interno. Per questo Bloomberg ha chiamato a raccolta gli imprenditori sociali di New York. Lo spiega bene Geoff Mulgan, direttore di NESTA – l’agenzia britannica per l’innovazione e uno dei massimi esperti del mondo dell’innovazione sociale – parlando al MARS di Toronto qualche settimana fa. Ma lo spiega bene anche Franco Bolelli, filosofo dell’innovazione, quando – parlando dell’importanza dell’innovazione nei sistemi socio-economici odierni – ci ricorda come lo spirito innovativo nasca da uno slancio individuale che si verifica solo in condizioni particolari. Oggi lo associamo al mondo dell’impresa, ispirati da figure come Steve Jobs, e se pensiamo alle grandi figure d’innovatori sociali negli ultimi 20 anni – a partire da Muhammad Yunus – pochissime emergono dall’amministrazione pubblica o da organizzazioni del terzo settore già costituite.

Gli ecosistemi che generano innovazione sociale sono altri. Steven Johnson parla di “reti liquide”, permeabili a nuove idee e influssi esterni, quando analizza quei contesti che hanno storicamente permesso l’emergere d’innovazione. Reti ancorate sul territorio, collaborative, sinergiche. Reti che ruotano attorno alla fisicità di un luogo e a tutte le opportunità che un luogo offre, dall’incontro casuale al sostegno emotivo del condividere con altri il percorso tortuoso dell’innovazione. Reti in rete tra di loro, come dei frattali (e ci piace per questo il nome dell’incubatore di Sesto, FractalGarden, che rende proprio l’idea di questi sistemi complessi a molteplici strati, dove si fa fatica a capire cosa sta “dentro” e cosa sta “fuori”).

Innovazione sociale e imprenditoria sociale: non la stessa cosa, ma entrambe fondamentali per aiutarci a migliorare questo mondo in cui viviamo.

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